IPL in dialogo…

Con il caso Glovo/Foodinho e l’indagine della Procura di Milano per sfruttamento della manodopera, è balzato al centro dell’attenzione un tema che va ben oltre le grandi metropoli. Nel recente webinar della serie “IPL in dialogo…”, l’Istituto Promozione Lavoratori ha analizzato i lati oscuri della platform economy, ponendo una domanda cruciale: quali sono le conseguenze di queste dinamiche sulla realtà lavorativa dei ciclofattorini in Alto Adige e quali prospettive offrono le nuove normative?

Le indagini della Procura di Milano nei confronti della piattaforma di consegne Glovo/Foodinho hanno portato alla luce un sistema che ricorda un vero e proprio “caporalato digitale”. I circa 40.000 ciclofattorini (rider) operanti in Italia sono in gran parte inquadrati come lavoratori autonomi. Nella pratica, tuttavia, l’accusa sostiene che agiscano come dipendenti subordinati, ma senza godere dei relativi diritti.

Un modello di sfruttamento non casuale

La vulnerabilità della manodopera non è un effetto collaterale, ma parte integrante del modello di business. Non a caso, la stragrande maggioranza dei rider in Italia è costituita da persone con background migratorio. Barriere linguistiche, mancanza di vere alternative occupazionali e permessi di soggiorno spesso precari spingono questi lavoratori verso l’accesso immediato offerto dalle app, rendendoli di fatto facilmente ricattabili.

Il sociologo del lavoro Marco Marrone spiega come questo fenomeno non sia del tutto nuovo, ma reso estremamente più pervasivo dalla tecnologia: “Le piattaforme non hanno inventato nuovi servizi, ne hanno monopolizzato l’erogazione grazie agli algoritmi. L’intero sistema è pensato come un caporalato digitale, basato sull’internalizzazione di un vero e proprio esercito di riserva di lavoratori, spinti a competere tra loro.”

Lavoro autonomo o subordinato? La sfida delle regole

Il nocciolo del problema risiede nella natura giuridica del rapporto di lavoro. Poiché i rider sono formalmente liberi di connettersi o meno all’app, le piattaforme li considerano collaboratori autonomi, svincolandosi così da obblighi quali ferie retribuite, limiti d’orario o maggiorazioni per lavoro straordinario.

In questo contesto, le visioni sindacali offrono sfumature diverse ma un obiettivo comune. Silvia Casini (Segreteria Nazionale FeLSA CISL) sottolinea il ruolo cruciale del sindacato e la garanzia di tutela a prescindere dall’inquadramento: “La contrattazione collettiva è lo strumento giusto per concretizzare le tutele dei rider e di tutti i lavoratori su piattaforma. Una buona flessibilità, che renda dignità a questo lavoro svolto in genuina autonomia, come i nostri lavoratori ci chiedono, passa per noi da queste parole chiave: libertà di scelta, tutele, trasparenza, partecipazione ed equo compenso.”

Dall’altro lato, grandi speranze erano state riposte nella Direttiva (UE) 2024/2831. Quest’ultima, infatti, introduce una forte “presunzione legale di subordinazione”: stabilisce in linea di principio che i rider sono dipendenti, spostando l’onere della prova sulle piattaforme. Tuttavia, secondo i critici, il recente “Decreto 1° maggio” italiano ha annacquato questo principio, vincolando la presunzione di subordinazione a una serie di condizioni poco chiare. Come evidenzia Roberta Turi (Segreteria Nazionale NIdiL CGIL): “La Direttiva europea 2024/2831 è chiara: l’onere della prova sulla natura del rapporto di lavoro spetta alle piattaforme. Il Decreto 1° maggio introduce una presunzione di lavoro subordinato condizionata che rischia di rendere questo percorso ancora difficile per lavoratrici e lavoratori. La conversione parlamentare è l’occasione per allineare la norma allo spirito europeo.”

A farle eco è Marco Marrone, che definisce la traduzione della direttiva nel decreto italiano “molto timida. Non avendo fissato dei criteri chiari e specifici che invece la direttiva contiene, il decreto rischia di fotografare semplicemente l’esistente.”

Quale futuro per il lavoro?

Il dibattito sui rider va oltre la semplice consegna del cibo a domicilio e investe il futuro dei diritti sociali. “Il futuro del lavoro passa dal riconoscere e costruire tutele e diritti qualsiasi sia la tipologia di rapporto di lavoro, perché nel percorso lavorativo di ciascuno, è la persona che deve rimanere al centro”, riassume Silvia Casini la posizione di FelSA CISL.

A tirare le somme dell’incontro è stata ancora una volta Roberta Turi con una riflessione dal forte impatto: “Questo è soltanto la punta di un iceberg. Dobbiamo sempre ricordarlo, perché noi parliamo di rider, ma sotto ci sono tutti quelli che noi non vediamo. La domanda che credo chi sta oggi qui a discuterne debba farsi è: ma noi, quale futuro del lavoro vogliamo? E da che parte ci vogliamo mettere?”

Comunicato stampa

Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi al Direttore IPL Stefan Perini (T. 0471 41 88 30, Cell. 349 833 40 65, ) e al ricercatore IPL Michael Paler (T. 0471 41 88 32, ).

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